IL GIOCO DEL PENSARE



Tra chi piange e chi ride? ... Meglio una capovolta! 

Il pensare è il gioco o il gioco è il pensare?

Probabilmente entrambe le cose! Prima però, sarebbe opportuno dare qualche accenno di etimologia. Il termine «gioco» proviene dal latino iocum che significa scherzo ed è chiaro che, nell’ambito semantico del gioco, abbia diritto di cittadinanza anche lo scherzo. Ed il termine «scherzo» da dove proviene? Dall’antico tedesco schërzen che significa saltellare allegramente, gongolare: chi gioca, non può che scherzare e chi scherza, non può non giocare. Ma cosa c’entra il pensare con la semantica che gravita attorno al termine «gioco»? Vediamo subito!  Conoscete il filosofo Democrito? Ebbene… Democrito fu raffigurato da una tradizione del I sec. a. C. come il pensatore che ride. Eccolo!


P. P. Rubens, Democrito
(1603),  Olio su tela.  

Seneca riteneva che Democrito fosse un po' burlone! Riportava – secondo una tradizione già nota ad Orazio (epistola I, libro II) e Giovenale (satira X) – che «[…] Democrito non sia mai comparso in pubblico senza scoppiare a ridere: […] non gli pareva serio nulla di ciò che era stato fatto sul serio» (De ira 10, 5). È un po’ come quando si va ad un funerale ma c’è qualcosa che non ti impedisce di smettere di ridere! Una esperienza bruttissima… per certi versi! 

Ma perché Democrito ride?

Perché il saggio è colui che ride! La saggezza infatti, è legata al carattere di imperturbabilità o euthymia, giustificato dalla consapevolezza che l'importanza di sé nell’universo è pari a quella di una lenticchia o poco più. È solo questo? No, ma sarebbe sufficiente! D. pensava che l’essenza del reale fosse determinata da una imperitura danza di atomi che incessantemente o si associano, o si dissociano. In altri termini, per la costituzione del tutto, servirebbe un ballo latino-americano, di gruppo; viceversa, con una baciata o un valzer viennese, le cose periscono e muoiono. Di qui sorge la concezione per la quale ogni pretesa dell’uomo di dare senso al dipanarsi della vicenda umana, deve cedere il passo al riso, unico possibile atteggiamento rispetto alle umane cure. Cosa significa? Beh… se Democrito non è proprio il vostro favorito, spero non sia così per Jovanotti e per la canzone intitolata  “Tanto tanto tanto”: «[…] rido di me, di te, di tutto ciò che di mortale c’è […]»; questo è il senso profondo di quel che Democrito affermava! 

Ma ritorniamo alle lenticchie… come sono buone! Potrebbe davvero essere una questione di lenticchie? Per un certo Esaù – di cui narra il libro di Genesi – fu questione di lenticchie, un piatto di lenticchie per la sua eredità che passò al fratello Giacobbe (cfr. Gen 25, 29-34). 
M. Stomer., Esaù and Jacob


La lenticchia può giocare brutti scherzi e può essere indigesta! Democrito però, diversamente da Esaù, proprio perché si sentiva parificato alla importanza della lenticchia, riteneva il riso un’arma assai potente, in ragione del fatto che l’uomo è simile alla più inutile delle lenticchie; l’esistenza umana non ha poi molto senso, non ha orientamento, appare buffa, imprevedibile e dunque bisogna imparare a ridere o, in altri termini, a prendersela con filosofia. Diceva un vecchio proverbio della mia terra natia: «Se il monaco si presenta a casa – dal momento che non puoi prevederne l’arrivo – prendi la cosa con riso». Tuttavia, al riso di Democrito, sopraggiunge una più oscura e fosca figura: conoscete il filosofo Eraclito? Lui è il filosofo che piange… più che altro sembra che si disperi! 
J. Moreelse, Eraclito

Un secolo prima di Democrito, Eraclito – il grande maestro del divenire – affermava qualcosa di simile attraverso la bella immagine del fanciullo: «Il tempo [della vita] è un bimbo che gioca, con le tessere di una scacchiera: di un bimbo è il regno» (Diels-Kranz 22 B 52). Direi che questa sia l’affermazione capitale della dottrina del divenire: il tempo è assimilabile al comportamento di un fanciullo. È una figura che evoca un certo disorientamento perché, pur nella semplicità di un bambino che gioca, si appalesa l’ombra del tragico: il divenire, in quanto continuo procedere verso il nulla, verso un non senso. Questo è il bambino, è colui che senza razionalità e disegni prestabiliti, amministra il dipanarsi del presente. Perciò Eraclito, invece di sorridere, piange! Facciamo un altro esempio? La vanità del libro di Qohelet: «Vanità delle vanità –  poi si chiarisce meglio – quale utilità sotto al sole? […]» (1, 2-3); in questo luogo si raggiunge la vetta scettica propria di un certo tipo di cultura antica che associa la tradizione biblica del Qohelet a Democrito o Eraclito. Ma se si parla del riso come del gongolarsi scherzosamente, esiste un ridere ben più antico di quello di Democrito. Conoscete la storia di Talete? Platone racconta che Talete «[…] mentre stava mirando le stelle e avea gli occhi in su, cadde in un pozzo; e allora una sua servetta di Tracia, spiritosa e graziosa, lo motteggiò dicendogli che le cose del cielo si dava gran pena di conoscerle, ma quelle che aveva davanti e tra i piedi non le vedeva affatto» (Teeteto, 174a - 174c).  



Talete cade nel pozzo perché troppo assorto nelle cose celesti, troppo concentrato ad ammirare le armonie cosmiche quasi volendo scrutarne e rapirne i reconditi segreti che le sorreggono, arrivare alle cose divine o quasi, insomma, a ciò che davvero avrebbe potuto essere solo di un dio. Il savio Talete incarna quello spirito scettico fatto proprio da Democrito, incurante delle cose periture, volgeva piuttosto i suoi occhi a ciò che sembra imperituro. Di fatto, l’atteggiamento di Talete fu ben interpretato dallo stesso Platone che sembra aggiungere qualcosa di molto interessante: «[…] l'uomo è fatto per essere un giocattolo, strumento di Dio, e ciò è veramente la migliore cosa in lui. Egli deve, dunque, seguendo quella natura e giocando i giochi più belli, vivere la sua vita, proprio all'inverso di come fa ora […]» (Leggi VII, 803c). È forse una ripresa della metafora eraclitea? Forse! Più probabile che sia la conclusione del nostro discorso. Platone infatti, dice che l’uomo deve giocare anzi, che è «cosa migliore» per lui. Perché deve giocare? Perché giocando vive la sua vita all’inverso di come fa di solito. Questo capovolgimento è per Platone l’assimilarsi al divino nell’essere suo strumento, suo iocum. Cosa significa di preciso? Direi che la comprensione di quel che Platone insegna possa essere decantata dal Salmo 2 quando si legge: «[…] se ne ride chi abita i cieli, li schernisce dall’alto il Signore […]» (vv. 4-5). Ma ahimè… il termine greco «mykterizo», non sembra abbia avuto un traduttore capace! Se è vero che il tradurre è un po’ tradire, in questo caso è stato solo tradire! La radice del termine, infatti, è «myk», da cui «muco», quello delle narici proprio perché «mykter» significa narice. Mykterizo quindi, implica quella smorfia per cui si arricciano le narici. Il significato più prossimo va cercato nella semantica di termini come prendersi gioco, beffeggiare perciò è tutto nel iocum. L'unico che schernisce quindi, non è Dio, ma il traduttore! Il divino beffeggia l’uomo perché opera in un habitat di iocum… non prende le cose troppo sul serio proprio come ogni bambino che è libero dalle preoccupazioni ed inquietudini del mondo e vive il suo tempo felice nel gioco. Cosa ho scritto? Che il bambino è per sé libero. Il bambino è slegato dagli affari del mondo, dalle intemperie sociali, politiche ed economiche, non si interessa ad esse. E cosa diceva Eraclito? «[…] del fanciullo è il regno»! Se si è slegati dalle inquietudini e da ogni legame di questo mondo, è chiaro che, in qualche modo, si è sopra di esso, si sovrasta il mondo. Quando ad esempio, si arriva sulla vetta del monte, si giunge al capo; chi invece è in cammino verso tale meta, può con ragione dire di esser capo-volto[1].


Come scusa? Capovolto? Si, capovolto! Ma come volto dalla parte del capo! Verso la zona più estrema, più alta: il vertice. Ma il bambino è simile al divino? Si, ma limitatamente al suo habitat di iocum, ed è proprio per questo che Eraclito pone la metafora del fanciullo. Chi poi sovrasta il tempo ed il divenire, in quanto ab-solutum, sciolto da tutto, ha il regnum, il potere. Lo schiavo, diversamente, è incatenato, è legato, è il non libero. È tutto qui? Certo che no! Perché tutto questo discorso? Per dire che la inversione, il capovolgimento auspicato da Platone, è innanzitutto dettato dal tornare in quell’habitat di colui che risiedendo nel posto del capo, dall’alto sovrasta: l’assoluto; e poiché questo habitat è circonfondente nel iocum – proprio dei fanciulli – sembra ovvio che sia implicata una certa meta-noia, una trans-figurazione della attività propria dell’umano – il pensare – trapassando nell’habitat di ciò che è per sé assoluto: il gioco.

Ed infine? Sapete cosa è un acrostico? Eccolo!

G-iungere I-n O-rizzonti C-onvertibili A R-agioni E-terne



[1] Cfr. G. Barzaghi, La Fuga. Esercizi di filosofia, ESD, Bologna 2010.

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